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13/10/2021 ☼ Tags:

Ho ritrovato questo vecchio scritto, dovrebbe risalire all’autunno del 2001. Ero in visita a Piatina, una dozzina d’anni dopo. L’agriturismo aveva cambiato faccia, si era fatto grande, aveva perso lo splendore selvaggio della giovinezza per diventare un elegante borghese addomesticato.

Passai qualche giorno in solitudine, fumando canne e deprimendomi nell’uggioso grigio autunnale. Ero depresso e scelsi il luogo peggiore dove andare a curarmi. Di fatto non lo feci.

Lo pubblico oggi, vent’anni dopo averlo scritto, ancora attuale (ruralità, denaro, progresso…).

Sono arrivato con due ore abbondanti di ritardo dopo aver attraversato il Chianti lungo la statale 408, tra Valdarno e Siena. La percorro in silenzio, talvolta spezzato da chiacchiere senza senso davanti alla mia telecamera. Momenti questi in cui l’auto svergola sinistradestra e l’obiettivo schizza lungo improbabili e sfuocati particolari. Il primo cartello mi indica direzione e distanza: Siena, 54 km.

Scendo dall’auto che ancora la polvere riempie l’aria. Guardo l’ora, 17.55. Tutt’attorno mi è familiare. Il vecchio cipresso dal ramo ribelle, la staccionata svergola e secca, l’antiquariato agrituristico in bella mostra sull’aia. Il silenzioso ruminare dei cavalli in eterna lotta con mosche, moscone e tafani. Conosco tutto attorno a me senza la necessità di scomodare malinconici ricordi. Negli anni il podere s’è fatto adulto. Ha corretto le proprie brutture e coltivato bellezze e virtù. Manca ora di immediatezza e di spontaneità, doti ormai rare, abbandonate per ordine, pulizia e decoro. Le aiuole sono tenute con cura e nulla è fuori posto. Allontanate le ultime tracce contadine come figli degeneri di cui vergognarsi, vanghe e stivali infangati, merda, fieno e trattori hanno lasciato il posto ad un surreale giardino di ristorante nel pieno e rigoglioso panorama maremmano. Seguo il perimetro dell’edificio principale senza incontrare anima all’infuori di un anziano e maldicente operaio, indaffarato con vasi e sottovasi. Un mondo si riaffaccia tra le pieghe civilizzate del nostro tempo e talvolta dietro alla posa di abili e skillate figure professionali puoi ancora cogliere l’onestà di un buon piatto, l’amore per cavallo e sella, la genuinità e l’ospitalità maremmana. E così, tutto attorno a me assume le sembianze della sua stessa evoluzione. L’inevitabilità del professionismo come unica possibilità di espressione del proprio evolversi, l’inesorabilità del business come una delle rare (e vane?) possibilità di sopravvivenza, l’istintività fattasi razio.

Autunno 2001


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