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Il caos

16/5/2014 ☼ By Pier Paolo Pasolini, Il Caos (rubrica di Pier Paolo Pasolini su Il tempo). Tags:

Alcuni articoli tratti da Il Caos, rubrica di Pier Paolo Pasolini su Il tempo (trovati in rete anni fa, non ricordo dove).

Pasolini, La mia provocatoria indipendenza

Quando queste pagine usciranno, cioè nella prima settimana del 1969, forse io avrò cambiato umore, e la stessa situazione mi si presenterà sotto un diverso segno. Si tratta della mia situazione, e il segno sotto cui ora mi si presenta è quello del terrore. Scrivo queste righe in uno di quei momenti in cui forse sarebbe necessario tacere. Anche perché un artigiano sa bene che il suo oggetto non può essere costruito con le mani tremanti. Infatti, mi tremano le mani. Non c’è nessuna ragione precisa che giustifichi questo mio tremare, questo mio sentirmi come una bestia braccata, che ha perso ogni dignità, e si irrigidisce nello scrivere un pezzo settimanalmente obbligatorio per un giornale. Ci sono delle ragioni impalpabili, e in fondo quotidiane. Tuttavia, c’è in esse un sapore, che io ben conosco… Le elenco: 1) la Questura non ha dato ancora il permesso di ritirare le copie sequestrate di Teorema”. Il mio produttore, Franco Rossellini, è disperato. Ciò è per lui di un danno incalcolabile. Il lettore non è tenuto a saperlo, e può pensare: Son cose che succedono ai produttori, che del resto se le meritano…”. Fatto sta che le vendite all’estero e le conseguenti uscite son tutte bloccate; e che quindi la situazione economica è disastrosa per un giovane produttore che non ha altre carte da giocare. Perché non viene dato il permesso di dissequestrare il film e rimetterlo in circolazione? Non è stato assolto? Non abbiamo fatto salti di gioia quando abbiamo saputo la sentenza del tribunale di Venezia? Sono quattro mesi che il film è in quarantena; un’intera stagione. Nel frattempo un altro film è stato denunciato, sequestrato, giudicato, assolto, dissequestrato e rimesso in circolazione; in una quindicina di giorni. Teorema” è ancora allo stesso punto. Il confronto rende chiaro che si tratta, nei miei confronti, di una precisa volontà di persecuzione (ecco fatta la terribile parola): e se questa volontà c’è, che cosa mi aspetta ancora? E se c’è, dov’è? In quale settore del Potere? Chi io offendo particolarmente e con chi mi misuro? (Come il lettore vede, si tratta di una situazione che, se appena un po’ metaforizzata, diviene quella tipica dei personaggi di Kafka). Sono qui, come un verme schiacciato, che mi dibatto, e non so chi mi ha schiacciato, e chi vuole schiacciarmi ancora. Ora, questo discorso non lo farei, se io appartenessi a una regolare opposizione”, appartenessi alle file dei nemici del potere”: invece, anche lì, sono un irregolare. Anche nel potere contrario al potere”, ci sono dei settori (altrettanto oscuri e imprecisabili) che cercano volontariamente di colpirmi, di eliminarmi… (continua la terminologia delle sindromi persecutorie: da cui, però, io non sono oggettivamente affetto). Infatti: 2) ho saputo dal mio stesso produttore che un amico autorevole, una specie di mago, gli ha detto: Ma sì, ma sì, è inutile aiutare Pasolini, tanto prima o poi lo metteranno in prigione. Lui non li sa fare i film, che faccia lo scrittore”. É una boutade ma terrorizzante, per chi si ricorda che quella stessa persona, potente e magica, una decina di anni fa gli aveva detto: Stai attento, sei pedinato, vogliono farti del male”, e sono seguiti poi tutti i processi atroci, che mi hanno torturato fino a due o tre anni fa. 3) Io volevo fare a tutti i costi un film sulla vita di San Paolo, da anni. La sceneggiatura era già pronta. La fantasia già in moto, disperatamente. Ora non posso più farlo. Non dico come e perché (1). 4) Ho saputo per caso stamattina, da una persona che mi dà sempre brutte notizie, che un regista (appartenente all’intelligenza dell’opposizione) mi ha violentemente attaccato. Non è che un ennesimo attacco: ma c’è sempre l’attacco che va al di là della sopportazione, proprio per un puro e semplice fatto numerico. Una certa quantità di dispiacere può essere sopportata: oltre un certo limite non può più essere sopportata. Ora, all’inizio di un nuovo anno (il caso vuole che questo esame della mia situazione coincida con l’inizio di un nuovo anno) che cosa devo propormi di fare? Io sono completamente solo. E, per di più nelle mani del primo che voglia colpirmi. Sono vulnerabile. Sono ricattabile. Forse, è vero, ho anche qualche solidarietà: ma essa è puramente ideale. Non può essermi di nessun aiuto pratico. É chiaro che, nella lotta contro il potere, bisogna opporre una certa forma di potere: se non altro come prestigio. In questo momento, grazie a Dio, mi aiuta, in tal senso, miserando, il successo delle mie opere all’estero: Edipo Re” in Francia, Teorema” in Germania, Una vita violenta” e così Teorema” libro in Inghilterra, ecc’. Più il prestigio persistente del Vangelo” qua e là per il mondo: specie ancora negli Stati Uniti. Ecc. ecc’. É tremendo dire, pubblicamente, queste cose: ma si tratta di fare dei calcoli meschini, per vedere come preventivare una certa sicurezza contro meschine ma atroci persecuzioni”. Fatti questi calcoli, se tornano, potrò conservare la mia indipendenza: la mia provocatoria indipendenza. É questa infatti (molto più che l’invidia per non so che miei eccessivi successi, per non so che mia capacità di lavoro - come mi dicono gli amici - ma io non so immaginare l’invidia come qualcosa di reale, qualcosa da prendere in considerazione) che fa nascere contro di me tante ostilità. La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza. Odio - come ho tante volte detto - l’indipendenza politica. La mia è quindi una indipendenza, diciamo, umana. Un vizio. Non potrei farne a meno. Ne sono schiavo. Non potrei nemmeno gloriarmene, farmene un piccolo vanto. Amo invece la solitudine. Ma essa è pericolosa. Di essa potrei fare gli elogi, e cullarmi nella gioia che mi proviene nel farne indefinitamente gli elogi. Forse è una nostalgia della perfetta solitudine goduta nel ventre materno. Anzi, sono quasi certo che è questo. Ma ditemi voi, come può, un feto, vivere tra gli adulti? Avrei potuto, agli inizi di un anno, disegnarmi un programma di lotta ideologica, oggettivamente coraggiosa (come del resto, più o meno, oggettivamente, sarà). Ma in cosa consiste il coraggio di una lotta ideologica, poi? Rinunciare a qualche guadagno? Dover pagare gli avvocati? Rischiare qualche mese di prigione? Qualche accusa infamante? Qualche persecuzione ricattatoria e razzistica? Sì, è tutto qui. Ripeto, non c’è poi molto da gloriarsi. Sono semplicemente i diritti di un’esistenza che vanno a farsi benedire. Ma in cose come queste consistono poi le vere tragedie. Scusami, paziente lettore, per questi stupidi lamenti.

  1. 2 a. XXXI, 11 gennaio 1969 - Città Pasolini

La luna consumata”

Qualcosa mi impedisce di parlare degli astronauti. É assurdo per uno che tenga una rubrica di attualità. Vediamo. Nei giornali leggo solo i titoli più grossi. Ho provato a scorrere le righe che li seguono, ma mi sono immediatamente annoiato, e comunque mi sono accorto che gli articoli non dicevano molto di più dei loro titoli. La notizia” quindi, sugli astronauti e le loro imprese, è elementare, inarticolata. É una notizia e basta. Anche alle fotografie è sufficiente un’occhiata. Non le osservo mai più di un istante. In un istante vedo tutto. Mentre ci sono certe fotografie, le più usuali, che posso osservare anche per qualche minuto (la espressione strana di un volto, un particolare, una posizione… un personaggio in secondo piano che si intravede appena, ecc.). Ma bisogna distinguere le fotografie degli astronauti durante le loro operazioni nel cosmo e le fotografie degli astronauti messi in posa per il fotografo. Ma la cosa in sostanza non cambia. La prima occhiata istantanea è sufficiente per capire la loro realtà” nel cosmo e la loro realtà” fisica in questa terra. Questa rudimentalità, unidimensionalità, schematicità e, in fondo, brutalità, sia della notizia che dell’immagine che ci informa sugli astronauti, assomiglia un po’ a quella delle immagini dei cartelloni pubblicitari che si vedono correndo in automobile per una strada, con il loro slogan, le loro raccomandazioni ecc’. Come si è consumata” subito la luna. Ormai, la snobbiamo. Anziché cancellarla, trascenderla, la corsa alla luna ha messo in evidenza la rivalità russo-americana. É questo, tutto sommato, l’elemento di maggior interesse nella cosa; il contenuto” che può ottenere qualche minuto in più sulla notizia astronautica e sull’immagine degli astronauti. (Gli astronauti americani non interessano tanto in sé, quanto come termine di confronto con gli astronauti russi, e viceversa). Sulla luna, torneremo (in quanto oggetto di conoscenza dell’opinione pubblica). Soffermiamoci ancora un momento sugli astronauti. La loro principale caratteristica (chiarita subito da quella prima istantanea occhiata alla loro immagine fotografica) è quella di essere rassicuranti e un po’ volgari. Anche in questo le immagini astronautiche e quelle pubblicitarie si assomigliano. Questa è, in fondo, l’unica cosa che Verne non aveva preveduto. É che era infatti imprevedibile. Le informazioni sugli astronauti sono una assoluta novità, è vero. Ma anche la prima assoluta novità che viene diffusa attraverso delle tecniche nuove e in un nuovo tipo di cultura. Finora queste tecniche nuove in un nuovo tipo di cultura, avevano dato informazioni su cose, persone o avvenimenti, non dico vecchi, ma almeno già conosciuti, sperimentati, caduti sotto il dominio della nostra esperienza. Il cosmo finora non è mai caduto sotto il dominio della nostra esperienza: ci cade, passando attraverso un canale di diffusione nuovo, ma che ci aveva finora informati su cose classiche, come il mangiare, il bere, il vestirsi, il leggere, l’apprendere ecc’: cose classiche anche con aspetti nuovi. La coincidenza assoluta tra evento nuovo e tecnica informativa nuova la si ha soltanto a proposito dell’astronautica. Noi apprendiamo le imprese astronautiche, non solo come novità, dunque, ma anche in modo nuovo; la cui novità si manifesta pienamente appunto dando notizie di tipo completamente nuovo. Le tecniche che diffondono le notizie sulle imprese astronautiche, sono tecniche tipiche della civiltà del consumo, e qui fanno la loro prima prova originale. Mentre di tutte le altre notizie siamo consumatori ambigui - abituati cioè a una diversa forma di consumo… preconsumistica - di queste notizie astronautiche siamo invece consumatori assoluti, senza ambiguità, senza sovrapposizioni, senza resistenza; quindi, non critici. I fatti che dunque queste tecniche d’informazione ci fanno consumare, sono senza mistero, primari e ontologici. Essi ci sono e noi li apprendiamo: non c’è altra difficoltà . Poi ci disponiamo immediatamente ad attendere i fatti futuri, più o meno imminenti, impazienti di consumarli. Ho cominciato queste osservazioni (cosa che non mi capita mai) senza sapere a che conclusioni sarei arrivato: ho seguito il filo del ragionamento nel suo farsi, quasi lasciandomi meccanicamente trasportare. Altrimenti che con questa novità” che ho sommariamente descritto, non saprei spiegarmi la mia estraneità di vecchio uomo di un mondo vecchio, di fronte a imprese così inconsumabili” come sono le imprese astronautiche. Insomma, tra me e un ragazzo di quindici anni, che aspetta, impazientito - e trovando tutto ciò estremamente naturale - che russi o americani sbarchino sulla luna, non c’è alcuna differenza. L’unica variante è che io ho una diversa idea della luna da rimpiangere, e lui no. Ma strano, in realtà non rimpiango affatto la vecchia luna, la luna d’antan”. Questa doppia novità” degli eventi e delle informazioni sugli eventi, ha spazzato via, in questo campo, qualsiasi vecchia abitudine. Qui si vede come si può essere uomini completamente nuovi, e come tutto il passato (con tutto ciò che disperatamente amiamo in esso) può veramente essere un nulla.

  1. 5 a. XXXI, 10 febbraio 1969

L’Italia non italiana

Dopo Trieste comincia in effetti qualcosa di diverso”. Io, almeno, in Italia non ho mai visto niente di simile. É vero: potrebbe trattarsi di una delle tante forme diverse in cui consiste l’Italia. Ma sul fatto, comunque, che qui non sia Italia non c’è niente da ridire. Per me particolarmente (che da bambino ho vissuto a Idria) questa diversità, che coincide, nel profondo, con qualcosa di famigliare, è quasi un trauma. Come nei sogni tristi con stupendi paesaggi. Non dirò che il paesaggio, in Istria, sia oggettivamente stupendo; però è originale, unitario, e splende su esso - sui suoi ruggini dolorosi - un solicello indicibile. Insieme all’antica familiarità (quella dimenticata aria respirata da bambino, a nove anni) c’è in questi luoghi anche qualcosa di comune a tutti i luoghi rimasti indietro, in un altro tipo di civiltà, che sopravvivono qua e là per l’Italia e per il mondo. Vecchi contadini, coi loro figli piccoli; case sperdute nei crinali soleggiati, dove immalinconisce la domenica; un certo odore di focolare, o di aria gelida. Con questi antichi aspetti di vita, sopravvivono, ad essi strettamente incatenati, antichi sentimenti. Che si avvertono nell’aria. Così, con questi gesti, questo ritmo, questi sentimenti, l’uomo è vissuto; e si è accontentato di vivere, per tanti secoli. Qui, in questa terra, quei secoli sono ancora il presente. La mia infanzia e la mia esperienza di altri luoghi simili sopravvissuti, mi stringono il cuore, sinistramente e festosamente. Ci sono le novità, è vero: nuovi bar, nuovi magazzini, benzinai, case popolari. Ma c’è in tutto questo, che è stato costruito da poco, qualcosa di rozzo e di potente, che assomiglia al mondo antico a cui si sostituisce. Si sente, indubbiamente, che tutto ciò è davvero popolare. Che le case costruite per gli operai non sono una carità, un ghetto: ma che sono proprio case per gli operai, con tutta la dignità che questo comporta. Anche i gruppi di operai che, dopo aver attraversato l’Istria ruggine e nuda, piena di solitudini che assomigliano un po’ a quelle dell’Africa, s’incontrano a Pola, col suo mare tenero e deserto, anche i gruppi di operai che passano per strada, hanno visi pieni di certezza e di forza: sembrano sentirsi, sia pur umilmente, protagonisti di questa vita, anche se si presenta così marginale e povera. Il comunismo ha dunque messo direttamente radici su una vecchia cultura contadina. Fasana è un dolce paesetto veneto, coi suoi vicoli sul mare; i selciati sconnessi e grigi; i piccoli porticati; la gente rada e triste che parla un veneto bellissimo (hanno dimenticato l’italiano, e per loro ormai l’italiano è il dialetto). Davanti a Fasana, nel cielo fin troppo dolce e azzurro, si stende l’isola di Brioni. C’è Tito. La gente ne parla con un tono spento e allusivo. Qui, non c’è dubbio, non siamo altrove: questo è un luogo tipico dell’Italia. Ora io mi chiedo: se fossi di Fasana, o di Pola, sentirei la nostalgia dell’Italia? Sentirei, come in un sogno, il bisogno di sentirmi cittadino di una nazione perduta e che ha dato per sempre i suoi caratteri al mio paese? Forse, se fossi un uomo semplice, sentirei questa nostalgia e questo bisogno. Se fossi invece quello che sono - cioè un uomo complicato - penso che troverei stupenda questa Italia non italiana: costa azzurra e tenera lungo un entroterra diverso”. Nazione” e cultura” sono due nozioni che devono disgiungersi, anche se una secolare abitudine le mescola dentro di noi. Perché questo peso e questa tristezza su Fasana? Perché questo dolcissimo sole riesce quasi opprimente come in un sogno inesprimibilmente angoscioso? Non c’è ragione di sentirsi, in quanto abitanti di Fasana, in uno stato di dolore storico, sia pur sordo e abitudinario. La storia non coincide con quella di una nazione. La storia è una storia di culture… Ma chi sto convincendo? Forse anche, in parte, me stesso, perché anch’io sono in parte, in una parte profonda, un abitante di Fasana, che qui ha avuto nove anni, e ha fatto esperienza di un’altra vita, di un’antica vita.

  1. 5 a. XXXI, 10 febbraio 1969

Comisso: uno scrittore puro

Non lontano da qui - da Padova - Comisso è morto. Ho letto recentemente, per caso, qualche pagina del suo diario inedito. E questo mio soggiorno in Veneto - con il breve viaggio fino a Pola - mi ricorda certe situazioni di Comisso. Di fronte a simili situazioni egli reagiva d’istinto: rispondeva alla vita con la vita. La scrittura in lui è inesistente, tanto traspare sulle cose; e tanto è convinta e senza incertezze. Nei suoi manoscritti, non c’è una cancellatura, un pentimento, una variante. La certezza di Comisso di fronte alle cose era quasi brutale; e così la sua certezza davanti alla scrittura. Lo scrivere di getto era per lui l’unico pensabile modo di scrivere. Succhiava dalla realtà come un bambino-gigante, senza pensieri. Le sue pagine sono fra le più pure e assolute del nostro tempo.

  1. 5 a. XXXI, 10 febbraio 1969

Comisso uomo e scrittore

Siamo veramente in una serata tropicale, fa ancora caldo e il sole è tramontato, lasciando nel tepore grappoli recisi”. Leggo questa frase di Giovanni Comisso in una stanzetta, all’ultimo piano di una vecchia casa le cui finestre danno sulle Mercerie. La sera è fredda e umida. I resti della nebbia di ieri giacciono sul mare. I passi dei rari passanti sembrano fuggire: ma verso qualche posto assurdamente assegnato a una felicità segreta e semplice. Il mare, però (che un abitante di terraferma sente incombere come uno spettro, sia pure addormentato), è fatalmente tiepido. Quest’ombra, indefinibile e probabilmente sognata, di tepore, lega la presente sera alle sere tropicali, vissute da Comisso, qualche anno fa, o qualche decennio fa: ieri, quasi oggi. Anch’io le ho vissute, e le vivo. Funebremente: come lui, pare, oggi. Tanto più, che in questa stanzetta sulle Mercerie ci sono dei giovani, semplici, coi loro deboli ma prepotenti vent’anni (anche meno), le loro magliette bianche o azzurre, le loro scarpe ben lucidate, le loro collottole piene di purezza. Ridono anche se non vogliono: la loro voglia di ridere è potente come la loro timidezza. Anche se il sorriso gli si agghiaccia talvolta, come una povera perlina, sull’orlo dell’occhio, dalla pupilla marrone o azzurra, esso è sempre vittorioso. La spavalderia è legata all’umiltà . Quel riso, o sorriso - o ridente e quasi piangente timidezza - è come il tepore del mare. Lega, attraverso il freddo di questa sera d’inverno, la nebbia, la lunghezza dei giorni che ora sono quelli dell’inverno, e dovranno passare lentamente a uno a uno come sono già passati, alle sere tropicali, che tutti viviamo insieme, in altri momenti (che, guarda!, sono d’estate), qui in Veneto, tra le vigne del Trevigiano, o sulla laguna slavata e vuota, coi suoi due azzurri del mare e del cielo…Siamo come grappoli, non ancora recisi. Ma guardiamo, nel tepore, i grappoli recisi. Recisi è una parola elegante; e anche grappoli, in bocca a chi dice rapi”: grappoli recisi” è dunque una traduzione, che vuol dire prima di tutto rapi tajai” e poi vite passate, coi loro corpi senza vita rimasti sulla terra”. Il tepore è l’eternità della vita corporea: la cui felicità è terrorizzante, in modo piacevole e così difficilmente esprimibile, che se ne può solo vagamente alludere. Tutti noi sentiamo dentro di noi il terribile tonfo che provoca la parola tepore, alludendo alla tragicità della bellezza della vita nel momento stesso (un’estate sul finire, ma calda come ai tropici) in cui si vive. Le risa dei giovani amici sono senza soluzione di continuità, come catene di anelli uno saldato all’altro, e, disordinatamente, ora gettate in mucchio, ora tese. Non avranno fine neanche col finire della notte. Il sonno sarà un groviglio di quegli anelli in cui la giovinezza, anche quando è seria, severa o disperata, o timida, ride. Il groviglio si scioglierà quando l’età in cui si è ragazzi non è più, inopinatamente, la stessa: e questo diritto di avere occhi ridenti è di altri. Quel tepore di alcuni anni fa, o di alcuni decenni fa, ripeto, equivale al freddo di questa notte, in cui, tuttavia, si possono tenere le finestre aperte, per raccogliere la presenza del mare, orientale. Proprio perché non ho veramente tanto amato Comisso, a causa dei pericoli che il mio zelo” vedeva nel culto dell’amore incondito della vita, del pragma giovanile, con le sue azioni sconsiderate eppur sempre innocenti, sento ora allo stato puro il dolore della sua lontananza fisica, dovuta alla morte. Ciò che l’ha reciso, mi offende molto, molto di più di ciò che mi offende nella vita che, con la stessa gloriosa stupidità e meravigliosa prepotenza - che egli ha glorificato con violenza quasi ricattatrice, - ora continua senza né la sua testimonianza, né la sua partecipazione, in apparenza avida, in realtà timida.Era in realtà una frenesia di sentimenti e di parole, quella di Comisso di fronte alla giovinezza. Egli, in realtà, era molto più santo che peccatore. Potrei giurare che egli preferiva contemplare le cose che usarne. La possibilità di usare le cose, un corpo giovane, una vigna coi suoi grappoli, un afoso tramonto, o, meglio, tutto questo come una sola cosa, in realtà lo accontentava.Credo che egli, in conclusione, abusasse ben poco di questa orgia - sicura, per lui, e teoricamente inoppugnabile - del servirsi della bellezza delle cose, della vita. Attratto continuamente da questa possibilità, in realtà credo che fosse molto parco nelle attuazioni: era saziato dal poter fare, dalla disponibilità generosa della vita. Forse non ha mai voluto sperimentare troppo questa generosità piena e inebriante, per non averne delusioni. (La vita è generosa indifferenziatamente, non sceglie i valori e i sentimenti; dolori e piaceri sono in essa equivalenti; le possibilità sono distribuite indifferentemente tra essi). Per Comisso la generosità della vita era invece teoricamente solo in direzione della gioia; in quanto la vita in se stessa è gioia, e sarebbe sciocco giungere a diverse conclusioni attraverso diverse esperienze. Meglio dunque contemplarla, la vita, nel suo tepore: fonte di gioia, dispensatrice di corpi allegri, di ore divine, in qualsiasi stagione. Comisso aveva alzato intorno a sé infantili barriere per difendere questa sua sicurezza. Questa sua sicurezza si proiettava poi sulle sue pagine, che dovevano essere altrettanto sicure. Un pentimento, un ripensamento, una variante, una cancellatura sarebbero state prove di diverse possibilità”: mentre la possibilità di tutto è unica. Mai Comisso avrebbe ammesso la presenza di alternative: come, appunto, i santi. Povero santo trevigiano, peccatore e con poche pretese, attaccato anche miseramente ai beni della vita! Caparbiamente senza pensieri” […].

  1. 6 a. XXXI, 8 febbraio 1969

Pier Paolo Pasolini1969Il Caos (rubrica di Pier Paolo Pasolini su Il tempo)


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