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Il mio 25 aprile 1945

25/4/2017 ☼ By Aldo Galli, Facebook. Tags:

Mio zio Aldo scrive in Facebook:

Ad aprile aumentavano sempre più le notizie sulla guerra partigiana. Dalle fonti ufficiali si sapeva ben poco : rastrellamenti di banditi”, o ribelli” come venivano chiamati i partigiani, ma non venivano date notizie precise sui fatti. Ci affidavamo solo alle voci, del sentito dire: di azioni partigiane in Val Seriana o in Val Brembana, di partigiani arrestati e trascinati in prigione o mandati in Germania, di altri torturarti ed uccisi. Ogni tanto, ma sempre più spesso, si vedevano squadre di brigatisti sfilare per le vie cittadine, con armi e gagliardetti, cantando inni fascisti: le donne non ci vogliono più bene - perché portiamo la camicia nera …. Lo facevano per mostrare alla popolazione che c’erano anche loro.

Una domenica ero a messa con mamma ed i fratelli nella chiesa di San Leonardo quando improvvisamente entrò un manipolo di brigatisti, con forte rumore di scarponi tra voci allarmate; si mise schierato nel centro della navata dove rimase per tutta la funzione. Al termine intonarono un inno quasi blasfemo invocando il successo del Duce e della causa fascista e cantando uscirono. Non so quanti di loro fossero attenti e compresi alla funzione. Intanto le solite voci accennavano ad azioni partigiane sempre più prossime alla città, nelle parti basse delle valli.

Una notte, era già fine aprile, ci svegliammo tutti preoccupati per un continuo rumore di automezzi che transitavano sotto le nostre finestre, provenienti da Dalmine e procedendo verso il centro città per attraversarla. Era un’autocolonna tedesca in ritirata da Milano proseguendo poi per la Strada Statale 42 del Tonale. Passavano incessantemente a luci spente autocarri carichi di soldati, autoblinde, traini di artiglieria; noi li spiavamo con le tapparelle appena alzate e si vedevano benissimo perché c’era la luna. La tensione era enorme anche perché, al di sopra del rumore degli automezzi, si sentiva l’inconfondibile rombo di Pippo”.

I tedeschi stavano scappando: eravamo all’ultimo atto. Gli eventi andavano precipitando. Arrivavano notizie che si sovrapponevano le une alle altre, senza ordine. Si diceva che gli alleati avevano sferrato l’offensiva finale e stavano dilagando nella pianura padana. Altre notizie provenivano dalle valli : i partigiani stavano scendendo in città. Le uniche notizie attendibili venivano da Radio Londra, non certo dalle fonti d’informazione ufficiali.

Al mattino a scuola ci dissero che le lezioni erano sospese e dovevamo tornare a casa sino a nuove disposizioni. I tram cessarono di circolare, nelle strade il traffico divenne caotico ; momenti di calma assoluta seguiti da momenti con transito sfrenato di veicoli con uomini armati . Le scorrerie di armati spinsero i negozianti a chiudere le saracinesche. Nella strada deserta passò velocissima una breve autocolonna dalla quale i fascisti sparavano a casaccio di qua e di là, per farsi strada. Alcuni colpi forarono le saracinesche dei negozi sotto casa nostra. Con stridore di gomme , venendo da via Zambonate, proseguirono per Piazza Pontida e quindi per Via Broseta, probabilmente diretti a Como. Poi cominciarono a percorrere le strade pattuglie di partigiani alla caccia di fascisti.

Ad un piano sopra il nostro abitavano alcune persone legate al regime che erano scappate con l’avanzare del fronte, forse semplici ed innocui funzionari; chiesero aiuto a mio padre, che era vicino a uomini della Resistenza, per sbarazzarsi di alcune armi che tenevano in casa: erano alcune pistole, un mitra Beretta, alcuni pugnali e baionette. Temevano brutte avventure in caso di una perquisizione che avvenne senza conseguenze. Passata la buriana papà, provvide a consegnare le armi da fuoco alle autorità, mentre i pugnali rimasero in casa per essere trasformati in coltelli da cucina. Non se ne fece nulla perché erano di materiale scadentissimo, impossibili da affilare: buone solo per far scena nelle le parate. Con i compagni di gioco andai in centro, con tutta la prudenza che potevo avere a quel tempo, per vedere cosa stava succedendo. Contrariamente ai ragazzi coetanei di oggi, ero abbastanza libero ed indipendente nei miei spostamenti: era sufficiente dire alla mamma , grossomodo, dove andavo e quando sarei tornato a casa.

A Porta Nuova c’era un fitto movimento di gente, con molti uomini armati. Sotto i portici di fianco alla Torre dei Caduti molti partigiani bivaccavano con le armi appoggiate al muro; erano sporchi e con gli abiti molto sgualciti, portavano barbe incolte ed avevano un aspetto molto stanco; alcuni avevano il cappello da alpino e tutti avevano un fazzoletto verde al collo: erano delle Fiamme Verdi”, la formazione partigiana formata prevalentemente da ex Alpini che, dopo l’8 settembre 43, erano entrati nella Resistenza. Chissà che i giornate intense e combattute avevano vissuto ! Decidemmo poi di andare alla nostra scuola a vedere come i locali occupati dalle Brigate Nere erano stati lasciati dopo la loro fuga. Entrammo di soppiatto e guardinghi : nessuno ci fermò. Le aule trasformate in camerate erano in pieno disordine: brande qua e là senza ordine con sopra mucchi di coperte, armadietti e stipetti spalancati, il pavimento cosparso di oggetti abbandonati. Rovistando intorno cercando qualche oggetto interessante trovai un elmetto, alcune manciate di cartucce calibro 9, un filtro di maschera antigas, cinghie e buffetterie ed alcuni distintivi metallici di corredo alle uniformi. Portai tutto a casa come trofeo di guerra: mi sarebbe servito come merce di baratto con i miei compagni di gioco; dopo qualche giorno in casa tenevo : l’elmetto, un discreto numero di pallottole di varie armi, un bossolo di cannone ed il corpo senza spoletta di un colpo da mortaio (sembrava una coppa da premio). Le pallottole piccole venivano messe sulle rotaie in modo che al passaggio dei tram si sentisse una scarica di botti, quelle più grosse venivano aperte per ricavare la polvere per fare razzetti. Fu proprio durante una di queste operazioni che, appena tolto il proiettile dal bossolo, la polvere si accese e partì una fiammata che mi sfiorò il volto lasciandomi i capelli bruciacchiati sulla fronte. Ricordo ancora le sgridate di papà e mamma. In quei giorni si era anche scatenato, come prevedibile, il senso di vendetta contro tutto quanto aveva rappresentato l’odiato regime. Vittime preferite, perché più deboli, inermi e facili da catturare, erano le donne ausiliarie dell’esercito repubblichino. Venivano trascinate per le strade, malmenate ed insultate; poi venivano loro tagliati i capelli in mezzo a gente urlante. Uno spettacolo ignobile e spregevole.

Il 29 di aprile arrivarono gli americani, preceduti da annunci gridati nelle strade. Dopo aver varcato il Po a sud di Brescia, una grossa colonna motorizzata era arrivata in città percorrendo l’autostrada; attraversata la città lungo via Baschenis, via Previtali e via Palma il Vecchio, imboccò via Broseta e proseguì verso Lecco e Como all’inseguimento delle ultime forze nazi-fasciste che puntavano alla Valtellina come loro ultimo rifugio. Io volevo correre a vedere transitare quella colonna, ma papà me lo proibì: troppa folla ed ancora troppi pericoli. Mi ridussi ad osservare con un binocolo dalla finestra di fronte a via Moroni il passare di autocarri e carri armati all’incrocio in fondo alla via.

Qualche presidio armato rimase in città per alcuni giorni; parcheggiati di fronte alla rimessa dei tram e nei campi che allora c’erano di fronte all’Ospedale Maggiore c’erano alcuni carri armati; naturalmente andai più volte con i miei amici ad osservarli : mi sembravano enormi ! così assaggiai per la prima volta le striscette di chewing-gum”, al sapore di pepper mint (che noi storpiando l’inglese chiamavamo ciuinga”) che insieme al ritrovato cioccolato, ci regalavano i soldati di presidio; tra essi ricordo un soldato nero enorme, ma con un viso da bambino ed un bel sorriso: era la prima volta che vedevo dal vivo un uomo nero. Poi, passati quei giorni intensi ed emozionanti, di cui conservo un vivo ricordo, la vita riprese lentamente il suo corso normale e con essa riprese anche la scuola; era maggio ormai e sarebbe proseguita, per fortuna, solo poche settimane”.

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