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Ma questo quadro può far perdere la fede!”

24/3/2021 ☼ By Fëdor Dostoevskij, L’idiota. Tags:

13/9/2012

Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans HolbeinIl corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein

Recupero lo splendido testo tratto da L’Idiota di Dostoevskij in cui il principe Myshkin, osservando una riproduzione de Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein, si emoziona davanti alla profonda verità del cadavere di uomo.

Attraversarono quelle stesse stanze per dove il prin­cipe era già passato; Rogòžin andava avanti e il princi­pe lo seguiva. Entrarono in un salone dove alle pareti erano appesi dei quadri: tutti ritratti di ecclesiastici o paesaggi in cui non si riusciva a distinguere chiara­mente nulla. Sopra la porta che metteva in un’altra stanza era appeso un quadro piuttosto strano per la sua forma: era lungo quasi due metri e alto meno di una trentina di centimetri. Il quadro rappresentava il Salvatore subito dopo essere stato deposto dalla croce. Il principe gli gettò un’occhiata di sfuggita, come se gli ricordasse qualcosa, ma non si fermò e si avviò ver­so la porta. Si sentiva molto oppresso e voleva uscire al più presto da quella casa. Ma Rogòžin si arrestò im­provvisamente davanti al quadro.
“Tutti i quadri che vedi qui,” prese a dire, sono stati comprati all’asta per uno o due rubli; a lui piace­va comprarne. Un intenditore è stato qui a vederli: ha detto che sono tutte croste, eccetto questo quadro qui sulla porta, che è stato anch’esso acquistato per due rubli, ma che non è una crosta. C’era già stato uno che aveva offerto al babbo di acquistarlo per trecento-cinquanta rubli, e Savèl’ev, Ivàn Dmitrič, un mercante e grande appassionato di quadri, era già arrivato a quattrocento rubli, e la settimana scorsa ne ha offerti cinquecento a mio fratello, Semën Semënyc. Ma io ho preferito tenermelo.”

==“Ma questa… questa è una copia di un quadro di Hans Holbein,==” disse il principe, che intanto aveva osservato meglio il quadro, e, sebbene io non sia un grande intenditore, mi pare che sia un’ottima copia. Questo quadro io l’ho già visto all’estero e non ho mai potuto dimenticarlo. Ma… che ti prende?…”
Tutt’a un tratto Rogòžin si era disinteressato al quadro e aveva ripreso a camminare. Certo la distrazione e quell’umore bizzarro e particolarmente irritabile che si erano improvvisamente manifestati in lui potevano forse spiegare quel suo scatto repentino; tuttavia, il principe rimase profondamente stupito che venisse così bruscamente interrotto quel discorso che non era stato lui a incominciare, e che Rogòžin non gli avesse nemmeno risposto.
“Dimmi un po’, Lev Nikolàevič, era già un pezzo che volevo chiedertelo: tu credi in Dio o no?” riprese a dire improvvisamente Rogòžin, dopo aver fatto qual­che passo. Che strano modo di far domande il tuo… e di guar­darmi!” esclamò involontariamente il principe.
“A me piace contemplare questo quadro,” mormorò Rogòžin dopo una pausa di silenzio, come se di nuovo si fosse dimenticato della domanda che aveva fatto.
==“Questo quadro!…” gridò il principe, come colpito da un’idea improvvisa, questo quadro!…” ripete. Ma questo quadro può far perdere la fede!”==
“Infatti la si può perdere,” confermò inaspettata­mente e all’improvviso Rogòžin.
Ormai erano arrivati alla porta d’ingresso.
“Ma che dici, che ti prende?” esclamò a un tratto il principe arrestandosi. Io l’ho detto quasi scherzando, e tu mi rispondi così seriamente! E perché mi hai chiesto se credo o no in Dio?”
“Così, tanto per dire. Già da prima volevo chieder­telo. Al giorno d’oggi, infatti, sono molti quelli che non credono. Ma dimmi un po’, tu che sei stato all’e­stero, è vero quel che mi diceva un ubriaco che qui da noi, in Russia, ci sono più miscredenti che non negli altri paesi? Per noi,’ mi diceva, è più facile che per loro non credere in Dio, perché noi ci siamo spinti più lontano di loro…’”Rogòžin ebbe un riso sarcastico; poi, dopo aver fat­to quella domanda, aperse improvvisamente la porta e, tenendola per la maniglia, aspettava che il principe uscisse. Il principe era rimasto un po’ stupito, ma uscì. Anche Rogòžin uscì dietro di lui sul pianerottolo delle scale e accostò la porta alle sue spalle. Rimasero l’uno di fronte all’altro con l’aria di aver dimenticato dove si trovassero e che cosa dovessero fare.
“Addio,” disse il principe tendendogli la mano.
“Addio,” gli rispose Rogòžin, stringendogli la mano con forza, ma in modo assolutamente macchinale.
Il principe discese un gradino e si voltò.
“Quanto alla fede,” prese a dire sorridendo (eviden­temente non aveva voglia di separarsi in quel modo da Rogòžin ) e animato in volto al ricordo di qualcosa che gli era tornato improvvisamente alla memoria, a pro­posito della fede, la settimana scorsa, in due giorni, ho fatto quattro incontri diversi. Un mattino percorre­vo in treno un nuovo tratto di strada ferrata e mi è ca­pitato di chiacchierare per quattro ore nel vagone con un certo signor S., con cui avevo fatto conoscenza in quell’ occasione. Già da prima avevo sentito parlare molto di lui, e appunto come di un ateo. E effettiva­mente una persona molto colta, e io ero felice di poter parlare con un vero scienziato. Per giunta è una perso­ na straordinariamente cortese, tanto che parlava con me proprio come se fossi stato un suo pari per cogni­zioni e per concetti. Lui non crede in Dio. Soltanto un fatto mi ha colpito, e cioè che lui di questa questione per tutto quel tempo mi sembrò che non ne parlasse affatto, e questo mi ha colpito particolarmente, ap­punto perché anche prima, per quanti miscredenti avessi incontrato e per quanti loro libri avessi letto, mi è sempre sembrato che essi parlino e scrivano nei loro libri di tutt’altro, anche se all’apparenza sembra­no parlare proprio di questo. Allora gli ho esposto questa mia idea, ma evidentemente non sono riuscito a esprimerla chiaramente, giacché lui non ne ha capito niente… Li sera mi fermai a passare la notte in un al­bergo di una città di provincia, dove la notte prece­dente c’era stato un assassinio, e ancora quando arri­vai io tutti non facevano che parlarne. Due contadini, già anziani, perfettamente sobri, che si conoscevano da parecchio tempo, due amici insomma, avevano pre­so il tè e se n’erano andati a dormire in una stessa stanza. Ma uno dei due aveva notato addosso all’altro un orologio d’argento, appeso a una collanina di perli­ne gialle, un orologio che evidentemente non gli aveva mai visto prima. Quest’uomo non era un ladro, era anzi una persona onesta e, come contadino, era tutt’altro che povero. Ma gli era talmente piaciuto quel­l’orologio, a tal punto l’aveva affascinato, che alla fine non ci resse più: ha preso un coltello e, quando l’ami­co gli ha voltato le spalle, gli si è avvicinato cautamen­te alle spalle, si è messo in posizione, ha alzato gli oc­chi al cielo, si è fatto il segno della croce e, dopo aver mormorato fra sé un’angosciosa preghiera: Signore, perdonami per amor di Cristo!’, con un sol colpo ha sgozzato l’amico come un agnello e gli ha preso l’oro­logio.”
Rogòžin si contorceva addirittura dal ridere. Sghi­gnazzava come in preda a un attacco isterico. Faceva perfino uno strano effetto vederlo ridere a quel modo, tanto più che fino a poco prima era stato di umore così tetro.
“Questa sì che mi piace! È proprio la migliore che ho sentito!” gridava come in preda alle convulsioni e quasi soffocando dal gran ridere. Uno non crede af­fatto in Dio e un altro invece ci crede a tal punto che, perfino prima di sgozzare un amico, recita una pre­ghiera… No, caro mio, una storia come questa non la potrebbe inventare nessuno! Ah, ah, ah! È proprio la migliore che ho sentito!.
“Il mattino dopo sono uscito a passeggio per la cit­tà,” riprese a dire il principe non appena Rogòžin si fu un po’ calmato, anche se il riso gli faceva ancora ogni tanto increspare convulsamente le labbra, e a un cer­to punto vedo un soldato ubriaco, con l’uniforme tut­ta in disordine, che si trascinava barcollando davanti a me sul marciapiede di legno A un certo punto quello mi si avvicina e mi fa: Signore, comprami questa cro­ce d’argento, te la do per venti copeche soltanto; è d’argento!’. E vedo che ha in mano una croce che pro­babilmente si era tolto dal collo in quel momento, ap­pesa a un nastrino azzurro molto liso, ma che eviden­temente era di stagno, lo si vedeva al primo sguardo; una croce grande, a otto punte, di chiaro disegno bi­zantino. Ho tirato fuori di tasca una moneta da venti copeche e gliel’ho data, e lì per lì mi sono messo la croce al collo; dal suo viso ho visto quant’era felice di aver infinocchiato uno stupido signore, e subito se n’è andato a bersi la sua croce, su questo non c’è dubbio. Io, mio caro, mi trovavo allora sotto la fortissima im­pressione di tutto ciò che mi aveva più colpito in Rus­sia; prima di allora non ne avevo mai capito nulla, ero cresciuto come una specie di bruto, e in quei cinque anni trascorsi all’estero me ne ricordavo soltanto come in una specie di fantasia. Così ho continuato a camminare e pensavo tra me: no, voglio aspettare an­cora a condannare quest’uomo che ha venduto Cristo.
Soltanto Iddio può sapere cosa si nasconde in questi fiacchi cuori di ubriaconi. Un’ora dopo, mentre me ne tornavo in albergo, ho incontrato una donna con un bambino al petto. Era una donna ancor giovane, e il bambino poteva avere sei settimane. Lei aveva notato che il bambino le aveva sorriso proprio allora per la prima volta dalla nascita. Mentre la osservo, vedo che improvvisamente si fa devotamente il segno della cro­ce. Che cosa fai, brava donna?’ le chiedo. (Io allora avevo l’abitudine di far domande a tutti.) E lei mi fa: Vedi, la gioia che prova una madre quando coglie il primo sorriso del suo bambino dev’essere proprio la stessa che prova Iddio ogni volta che, su dal cielo, vede un peccatore che gli rivolge una preghiera con tutto il suo cuore’. Questo mi disse quella donna del popolo, e quasi con queste precise parole, e questo pensiero così profondo, così giusto e autenticamente religioso, un pensiero in cui è contenuta tutta l’esse­nza del cristianesimo, e cioè tutta la concezione di Dio come di un padre amoroso, di un Dio che si compiace dell’uomo, così come un padre si compiace e prova gioia per suo figlio, questa è appunto l’idea essenziale di Cristo! Una semplice donna del popolo! È vero che era una madre… e forse, chissà, era la moglie di quello stesso soldato. Ascoltami, Parfen, poco fa mi hai fatto una domanda ed ecco qual è la mia risposta: l’essenza del sentimento religioso non dipende da nessun ragio­namento, da nessuna colpa o delitto, da nessuna con­vinzione ateistica; qui c’è qualcosa di diverso e d’inde­finibile, che sarà sempre tale, qualcosa che tutte le concezioni atee non riusciranno mai a intaccare, per­ché sempre parleranno di qualcosa d’altro. Ma l’essenzi­ale è che è proprio questo che si coglie prima e più chiaramente di ogni altra cosa in un cuore russo, ecco la mia conclusione! E questa è una delle prime con­vinzioni che ho tratto dall’incontro con la nostra Rus­sia. C’è molto da fare, credimi, Parfèn, c’è molto da fare nel nostro mondo russo, credimi, ti dico! Ricor­dati di quella volta che ci siamo incontrati, a Mosca, e abbiamo parlato di questo… E io ora non volevo asso­lutamente tornare qui! E non pensavo, non pensavo affatto d’incontrarmi così con te!… Ma che vuoi far­ci!… Addio, arrivederci! Che Iddio ti accompagni!”
Myskin si voltò e prese a scendere le scale.
“Lev Nikolàevif!” chiamò dall’alto Parfèn, quando il principe si trovava già sul pianerottolo sottostante. La porti ancora al collo quella croce che ti ha venduto il soldato?”
“Sì, ce l’ho al collo.”
Il principe si era arrestato.

Mi sembra che tra i pittori sia invalsa l’abitudine, dipingendo il Cristo sia in croce che deposto, di rappresentarlo sempre con il volto atteggiato a un’espressione di straordinaria bellezza, e che essi si sforzino di conservargli una tale espressione anche negl’istanti in cui è sottoposto ai tormenti più atroci. ==Invece, nel quadro di Rogozin non c’è neppure una traccia di tale bellezza; esso rappresenta nel modo più realistico il cadavere di un uomo== che, prima ancora di venir crocifisso, ha sopportato infiniti tormenti: ferite, torture, percosse dai soldati e dal popolo quando portava la croce ed era caduto sotto il suo peso, e infine anche il supplizio della croce per la durata di sei ore (almeno in base ai miei calcoli). È vero che è il volto di un uomo appena deposto dalla croce e nessun suo tratto ha avuto ancora il tempo irrigidirsi, cosicché dal volto del morto traspare ancora la sofferenza, come se egli la provasse ancora in quel momento (ciò è stato colto molto bene dall’artista); e tuttavia, ==quel volto non è stato affatto risparmiato: in esso è visibile soltanto la natura, e appunto tale deve apparire il cadavere di uomo, chiunque egli sia che abbia subito tali torture. Io so che la chiesa ha stabilito, fin dai primi secoli del cristianesimo, che Cristo soffrì non apparentemente, bensì realmente, e che quindi il suo corpo sulla croce è stato subordinato pienamente e completamente alle leggi della natura. In quel quadro il suo volto è orribilmente sfigurato dalle percosse, enfiato, con terribili lividi gonfi e sanguinolenti; gli occhi sono aperti, le pupille stravolte, il bianco delle sclerotiche ha un riflesso smorto, vitreo. Ma la cosa più strana è che, quando guardi il cadavere straziato di quell’uomo, ti si affaccia alla mente una domanda singolarmente curiosa: se tutti suoi discepoli, e soprattutto i suoi futuri apostoli, se le donne che l’avevano seguito e avevano assistito al supplizio ai piedi della croce, se tutti coloro che credevano in Lui e Lo adoravano avevano visto il cadavere proprio in quelle condizioni (e non ce dubbio che tale appunto dovesse apparire), in tal caso come avevano potuto credere che quel martire potesse risorgere? Involontariamente ti viene fatto di pensare che se la morte è così terribile cosi inviolabili sono le leggi della natura, come è possibile infrangerle?== Come si possono vincere, se non vi riuscì neppure Colui che aveva vinto e a cui si era sottomessa la natura nel corso della Sua vita, Colui che aveva detto: Talitha cumi!” e la fanciulla si era alzata; Colui che aveva detto:”Lazzaro, vieni fuori!” e il morto era uscito dalla tomba? ::Quando si guarda quel quadro la natura ci appare come un mostro gigantesco, implacabile e muto::, o per dir meglio, anzi molto meglio, sebbene ciò riesca strano, ci appare sotto l’aspetto di una enorme macchina di recentissima costruzione che abbia assurdamente afferrato, maciullato e inghiottito, sorda e insensibile, un Essere sublime e inapprezzabile, un Essere che, da solo, valeva più di tutta la natura con tutte le sue leggi, anzi di tutta la Terra, la quale forse è stata creata unicamente al fine dell’apparizione di quell’Essere unico! Quel quadro sembra voler esprimere appunto l’idea di una forza oscura, arrogante è assurdamente eterna, alla quale tutto è sottoposto, è un tale sentimento si comunica involontariamente a chi lo guarda. Gli uomini che circondavano quel morto, nessuno dei quali però è raffigurato in questo quadro, ==dovettero provare un’angoscia e un turbamento spaventosi in quella sera fatale che di colpo aveva annientato tutte le loro speranze e forse anche la loro fede==. Quella sera dovettero separarsi pieni di un immenso terrore, anche se ognuno di loro portava chiusa in sé un’idea immensa, che mai più gli sarebbe stata strappata. E lo stesso loro Maestro, se avesse potuto vedere alla vigilia del supplizio la propria immagine da morto, sarebbe salito sulla croce per morire come mori? Quando guardi quel quadro, ti si affaccia involontariamente alla mente anche questa domanda.

Dostoevskij, F. L’idiota. Feltrinelli, 1998


Titolo: Il corto di Cristo morto nella tomba
Autore: Hans Holbein
Data: 1521
Tecnica: Óleo sobre tabla
Dimensioni: 30,5 x 200 cm
Ubicazione: Öffentliche Kunstsammlung, Basilea

Fëdor DostoevskijL’idiota


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