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Riflessione su Una domanda” di Giorgio Agamben

18/4/2020 ☼ materialsreinicio corona ☼ by Franco Merelli

Di Franco Merelli

La riflessione di Agamben è veramente interessante e volontariamente provocatoria. Sembra dettata dalla sconforto della mente che interpreta ed assiste senza riuscire ad elaborare soluzioni o prospettive, in questo dimostrando cieca fiducia nella sola mente e nella logica dell’uomo sapiens. Scorda, mi pare, che c’è altro che collabora alla conoscenza. Potremmo chiamarlo cuore dell’uomo, gli stati emotivi, i sentimenti e le passioni che ci caratterizzano dall’inizio della specie, evolvendosi anch’essi.

Vorrei evidenziare che nelle premesse formulate, Agamben dimentica che concretamente l’apparizione del Covid-19 ha posto nella medesima posizione sia dal punto di vista intellettuale che emotivo tutti gli uomini, nello stesso momento o in tempi contigui ravvicinati. È la prima volta dai tempi di Antigone ad oggi che questo avviene a fronte di un medesimo problema, diffuso per il globo intero e contingente (il problema inquinamento consente spazi di evasione e di deresponsabilizzazione).

Si domanda Agamben come abbiamo potuto consentire che i nostri cari siano morti da soli… in realtà non lo abbiamo consentito perché abbiamo sempre sperato che ricoverarli in ospedale li potesse salvare. Non abbiamo pensato a loro come morituri senza via di scampo, non li abbiamo abbandonati, ma li abbiamo affidati a coloro che avevano più conoscenza, più mezzi e quindi più possibilità. Vorrei capovolgere la prospettiva: dal caro che muore alle persone amate. Queste hanno sacrificato il proprio desiderio di azione e di protezione con grande difficoltà. Hanno sacrificato la loro attenzione, la cura, il desiderio di vicinanza di contatto, di parole e di carezze. Non solo chi muore desidera avere vicino qualche affetto, ma anche chi viene lasciato desidera la vicinanza dell’amato fino all’ultimo, l’ultima parola, l’ultimo sguardo, in competizione con il tempo. Ci siamo resi impotenti per consentire la guarigione. In questo non c’è viltà ne barbarie, ma eroicità, anzi, amore.

C’è un altro aspetto: l’eroe si sacrifica per salvare altri. Nella dimensione attuale eroe è colui che, al di là di tutte le speranze di guarigione, consente al proprio caro di andare in ospedale, ritenendo che possa diventare pericolo per altri a seguito di eventuale contagio. Eroe è colui che sacrifica il proprio affetto e desiderio di cura per l’amato in nome della vita di molti altri. In questa ottica sarebbe codardo (con tutto il rispetto per chi optasse per questa scelta altrettanto comprensibile) chi facesse il contrario.

D’altra parte se non c’è vita, tutti i valori etici, filosofici, morali a che servono? È bene ricordare che tutta la conoscenza, tutte le elaborazioni concrete ed astratte mirano alla sopravvivenza ed alla vita, non hanno altro fine, né fine in sé.

Non siamo diversi dai tempi di Antigone ed anzi ci poniamo un problema etico in più: proteggere e salvare solo il mio familiare o tutti gli altri che sono uomini come il mio caro? Antigone non poteva porsi questa domanda e comunque non a questo livello.

Non mi sento di accettare l’idea che vi sia stata abdicazione dell’etica. Che forse l’etica è basata solo su criteri quantitativi specifici (il mio caro)? Non ha forse a che fare più con l’uguaglianza di tutti gli uomini, vicini, distanti, che importa? Cosa definisce l’umanità se non l’uguaglianza tra gli uomini, l’anelito che tutti abbiano diritto alle medesime possibilità?

Certo dovesse capitare una seconda epidemia potrebbe esserci una scelta differente: si potrebbe decidere di lasciare morire il proprio caro in casa standogli vicino, ma negandosi agli altri cari o congiunti per evitare di contagiarli e sacrificare la loro di vita. Ma si ragionerebbe ancora in termini individuali, non collettivi. Dovrebbe essere quantomeno una decisione di famiglia.

Mi pare di capire che la pandemia abbia evidenziato un aspetto cruciale del vivere dell’uomo spesso dimenticato, superato dall’individualismo: non c’è individuo senza comunità.

Si domanda ancora Agamben: come abbiamo potuto consentire che i cadaveri dei nostri amati siano stati bruciati senza funerale?

In realtà, contrariamente a quanto scrive il filosofo, in passato è avvenuto più di una volta. Basti ricordare che a Bergamo nel periodo della peste i cadaveri venivano gettati nei fopponi” senza alcuna esequia. Forse qualche cerimonia è stata fatta dalla famiglie più abbienti, più potenti, ma i contadini, la plebe, i poveri? Siamo certi che ciascuno di questi poveri morti abbia avuto un funerale?

In questo senso la violenza del virus ha democratizzato la sofferenza.

Il proporre in questi termini l’idea del funerale nuovamente mi porta a ritenere che il pensiero tenda a valorizzare l’aspetto individuale del funerale, quello del mio caro. Certo che considerata la situazione si sarebbe dovuto provvedere ad una dimensione comunitaria del rito funebre; per paradosso: una pira funeraria filmata dove tutti avrebbero partecipata al dolore di tutti. Ma siamo pronti a questa idea di dolore collettivo? Ce lo ricordiamo? Siamo ancora abituati?

La situazione ci costringe, laddove non possiamo accettare (forse perché non siamo ancora pronti) una dimensione collettiva, a fare una scelta di valori e di diritti non essendo più possibile aspirare a goderne simultaneamente: partecipare al funerale del proprio caro e rischiare di contagiare o contagiarsi o, rassegnarsi ad un rito funebre senza evidenza, ma celebrato nel cuore? Nella sofferenza, non distratta da tutti gli incombenti che comporta il rituale funebre (la veglia, la visita di parenti, amici, conoscenti), ma vissuta pienamente. Cosa vale di più?

In ogni caso è forse la prima volta che gli uomini sono costretti a scegliere tra due valori uguali e fondamentali? Nella storia dei popoli, ma anche personale, quante volte è successo che si è dovuto scegliere tra la vita di una persona ed un’altra? Si può ricordare la dolorosa scelta del sig. Schindler al tempo del nazismo.

Proprio perché l’uomo non può sottrarsi alla dimensione spazio tempo è bene sapere che nessuno, né la tecnologica né la scienza, potrà garantire la vita, i valori fondamentali ed i beni primari all’uomo. A volte la rinuncia di alcuni si ripropone, a volte si presentano tempi che non consentono molteplicità di scelta. Questo è il tempo.

Un’altra domanda: come abbiamo potuto accettare la limitazione della libertà di movimento in nome di un rischio non precisabile?

Mi pare che il riferimento oggi abusato della guerra non sia calzante. Il coprifuoco era limitato ad alcune ore prevalentemente della notte per reprimere attacchi sovversivi o del nemico che in pieno giorno sarebbero stati più facilmente controllabili. Non vi era la presenza di un avversario pronto a colpire in numerosi punti, contemporaneamente, in qualsiasi momento (notte e giorno). Se nella guerra fossero state adottate armi batteriologiche, che tipo di disposizioni sarebbero state assunte?

Un attacco poteva essere provocato da uno o alcuni agenti, che avevano come obiettivo persone o edifici, non da milioni di agenti che hanno come obiettivo un numero indeterminato di persone.

Agamben scrive di un rischio imprecisabile che però proprio perché impreciso consente il dilagare della paura dell’invisibile, ma concretamente mortale. Come spiegare altrimenti la disciplina degli italiani? Senso del dovere o della collettività?

La nostra libertà di movimento, così per come la concepiamo, non prevede un riferimento alla comune libertà di movimento, ma al solo esercizio individuale della stessa, indipendentemente da quella altrui. Ora ci si accorge che deve essere accordata” a quella altrui ipotizzando che l’esercizio cumulativo potrebbe aumentare il contagio.

L’antidoto a questo tipo di limitazioni? Il tempo. Come essere esseri sociali non rinunceremo mai per paura, né all’amore né all’amicizia. La libertà di movimento, costi quel che costi, ritornerà, ed inizialmente magari anche in clandestinità. Niente è sostituibile all’amore, all’amicizia ed alla convivialità. Per questo si potrà certamente morire, anche cumulativamente, per mano di autorità o di virus, ma la libertà di movimento prevarrà. Anche il tempo, o il concetto che ne abbiamo, è funzionale alla vita: se la vita non può essere vissuta, si preferirà morire. Questo è tempo di pazientare, ma non sarà tempo indeterminato.

In relazione alla concezione di vita come quella di una entità interamente biologica (corporale) scordando quella spirituale, concordo nel ritenere responsabile della rimozione anche la medicina che per un lungo periodo di tempo si limitava a curare la malattia, non il malato”. È però verosimile che questa sia una visione eurocentrica ed occidentale: anche in Europa c’è chi vive senza scissione tra la sfera corporale quella spirituale, ma in altri continenti, come l’Africa o l’Asia la suddetta divisone è assolutamente marginale.  

Non comprendo bene cosa intenda Agamben quando parla della estensione al di là dei confini spazio-temporali” in relazione ai dispositivi di rianimazione utilizzati in questa crisi sanitaria. Non mi è chiaro perché non conosco i protocolli applicati al loro utilizzo e se vi siano delle indicazioni che favoriscono i casi con più possibilità di vita effettiva (anche in considerazione della possibilità di trovare un antidoto). In questo caso non vedo perché non dovrebbero essere utilizzati. Prendere tempo rientra nella logica del calcolo delle probabilità (ora non ho nessuna possibilità, aspettiamo). 

Il timore che, per quanto affermato dalle autorità, l’accettazione delle condizioni dettate dall’emergenza possano sopravvivere con il mantenimento di un distanziamento sociale, credo debba essere ridimensionato perché è evidente che le autorità sono attualmente piuttosto volubili, incerte, pronte al ripensamento al minimo cambiamento. Mi rassicura la certezza che, pur non escludendo derive autoritarie, mi porta a prevederne la breve durata: davanti alla possibilità di morire per virus o alla certezza di non vivere per provvedimenti fascisti, saranno in molti ad accettare la possibilità di morire. A nulla varranno provvedimenti di regime che hanno consentito l’esercizio di tutti (o quasi) i diritti solo ai leccapiedi con esclusione di tutti gli altri, perché in questo caso gli esclusi saranno moltissimi. Infatti le ragioni di esclusione dei diritti oggi sono legate a questioni comuni a tutti e non ad idee politiche alle quali uno può aderire anche per convenienza. Questo non è possibile. 

Non condivido l’affermazione che la chiesa si sia fatta ancella della scienza.

Se la Chiesa avesse aperto i luoghi di culto durante la Quaresima certamente le si sarebbe rimproverato un atteggiamento fideistico e primitivo (quasi magico).

In tutto il ragionamento fatto da Agamben intuisco, probabilmente erroneamente, un atteggiamento mentale dualistico prettamente europeo: scienza o religione; spirito o corpo; diritti individuali e comunità. Questo chiave interpretativa non regge alla più complessa del momento (ma in realtà di sempre) ed anzi è totalmente insufficiente.

Osservo che la Chiesa non ha rinunciato alla preghiera.

Il riferimento a San Francesco che abbraccia i lebbrosi, è decontestualizzato. All’epoca i lebbrosi erano noti, pochi, relegati in angoli di terra. Avvicinarsi a loro era solo a proprio rischio e pericolo ed il Santo non doveva darsi pena nel scegliere come essere strumento di pace; la scelta era netta. Bisognerebbe domandarsi se, calato nell’oggi, avrebbe accettato di essere portatore di malattia e morte.

Più verosimilmente San Francesco avrebbe fatto quello che hanno fatto i sacerdoti, i monaci, le suore negli ospedali ed i parroci: sono stati vicini alle persone sofferenti e molti di loro sono morti sapendo di rischiare di morire. E sono morti a decine, è noto. Oltretutto (nuovamente il dualismo) la misericordia non è appannaggio dei soli religiosi fortunatamente, ma anche dei laici, che la conoscono con altro nome (solidarietà). Tanti operatori sanitari e volontari l’hanno esercitata come San Francesco consci di poter morire. Sia i religiosi che i laici sono stati sostenuti dai discorsi, dalla preghiere e dalle omelie dei religiosi della Chiesa, così come dalle autorità civili. Si può negarlo?

D’altra parte è bene osservare che anche in tempi di persecuzione non tutti i cristiani sono diventati martiri, se non quando necessario. Che dovrebbero fare tutti i religiosi? E tutti i laici? 

La questione dei giuristi.

È bene evidenziare che i tempi del virus sono rapidi, quelli della legge molto meno, anche in tempi normali. Per il futuro potrebbe essere bene predisporre opportuni meccanismi procedurali di verifica di incostituzionalità più veloci da utilizzare solo in caso di emergenze specifiche. Comunque numerosi giuristi hanno già evidenziato l’illegittimità dei provvedimenti assunti con DPCM.

La conclusione di Agamben appare paradossale ma conforme al ragionamento nell’insieme: nessuno può rinunciare al bene per salvare il bene ed alle libertà per salvarle.

È nuovamente evidente che quando Agamben parla di libertà pensa prevalentemente a quella di ciascuno, considerata in modo isolato. Si manifesta allora quel dualismo mai citato espressamente ma automatico tra la libertà del singolo e quella della collettività. Credo di non sbagliarmi nel pensare che i diritti della collettività non corrispondono alla somma dei diritti individuali essendo ontologicamente diversi, talvolta sovrapponibili, altre volte no. Sino ad oggi si è abusato del diritto individuale espandendolo nella massima estensione (per qualcuno, giacché la massima applicazione dei diritti individuali necessariamente esclude quello di qualcun altro, nella comunità umana). Il punto, la criticità di questo momento è più evidente proprio qui. Acquistare una bottiglia d’acqua di plastica è un diritto individuale, ma che va a discapito del diritto comunitario mondiale. È difficile riconoscere la comunità in cui si vive, che sia la città o la nazione, figurarsi a livello continentale o mondiale. Ancora più complesso è abbandonare il concetto di diritto comunitario umano abbandonando i riferimenti territoriali per assumere quelli di specie. Ma ancor più sarà difficile abbandonare il riferimento umano per riconoscere un diritto comunitario esistenziale.

Sostanzialmente è necessario rideterminare lo spazio del diritto personale in una comunità enorme, senza cadere in forme autoritarie che pregiudichino le caratteristiche etologiche dell’uomo né quelle dell’esistente.

La giusta misura del diritto personale (come quella del bene) sarà quella che delimita per adesione e non per costrizione, ma più verosimilmente per evidenza, che avrà come paradigma il diritto dell’ultimo e dell’indifeso. Se una scelta è buona per lui lo è per tutti (questo lo diceva Ghandi).

Per aderire consapevolmente a questo tipo di sistema sarà necessario capire e fare conoscere il concetto di uguaglianza che non può avere alcuna eccezione. Io, Agamben, ciascuno di noi davvero crede di essere uguale al sig. X, abitante negli slum di Bombay?

Franco Merelli, avvocato

(Franco Merelli)

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